sabato 25 giugno 2016

The Floating Piers. Io ci sono stato. E' un sogno.


Non so più da quanti mesi non aggiorno questo blog. Una pausa così lunga forse non l'avevo mai presa, tentato quasi dal non scrivere più nulla. Però come si fa a non lasciare una traccia dopo aver visto the floating piers? 
L'arte contemporanea che cos'è ? Se non un urlo dell'uomo contro l'assurdità della vita? La nostra civiltà ha imbrigliato i nostri istinti, i nostri desideri, la nostra animalità, per fare crescere a dismisura l'uomo e permettergli di governare questo pianeta. Ma l'arte ci sa risvegliare come un incantatore di serpenti, come il pifferaio magico. 
Christo è il pifferaio magico di questo millennio. Io ci sono stato, e fa impressionare vedere tutta questa gente tornare bambina, fare file lunghe chilometri, aspettare sul pullman due ore e mezza, tre, per attraversare il lago, su una passerella colorata. Tutti in fila, gustando l'acqua che ci solletica i piedi. Sentire i critici parlare di festa paesana, fa ridere. Chi ha il diritto di pronunciarsi sull'arte? Christo regala un emozione, un punto di vista, una scommessa, un salto carpiato nel tempo. Un'esperienza di vita, un ricordo, qualcosa che si deposita nel cuore. Siamo tutti albatros, come la poesia di Baudliere. Siamo poeti che camminiamo ridicoli su quella passerella, ballando sull'acqua, ma nessuno ci deride, perchè ognuno di noi vola con la mente e con il cuore. Il resto è silenzio, e il chiacchiericcio che ho sentito in questi giorni è assurdo nei confronti di un'opera che dona un frammento di infinito, ad ognuno che voglia assaporarla. Provare per credere. 

sabato 9 gennaio 2016

Zero zero zero. Roberto Saviano l'ultimo uomo di lettere della nostra letteratura italiana.

E' molto difficile osservare nella letteratura moderna il respiro della "grande letteratura". Non sono mai riuscito a spiegarlo bene, ma è una specie di mano invisibile che attraversa le pagine. La stessa mano invisibile dei grandi scrittori, come Camus o Dostoevskij, come Dante o Dickens. Veramente è complicato descriverla questa mano invisibile, ma la si avverte sempre quando c'è qualcosa di non detto, di non sprecato, di trattenuto, dietro le righe. Una specie di resa, di preghiera laica, di speranza e nello stesso tempo indicibile disperazione. Roberto Saviano è forse l'ultimo grande uomo di lettere della nostra letteratura. Si può girarci intorno quanto si vuole, ma non si può non venire travolti dalle sue pagine. Non sono tanto le storie, descritte magistralmente, di orrore a renderlo grande, ma è la sua anima in ognuna di queste storie che ci tocca e commuove. 
Roberto Saviano è il vero protagonista di questo che sembra un saggio, ma che non lo è per niente. Non ho letto Gomorra, lo ammetto, troppo scosso dai film, serie televisive, e comparsate tv di Saviano che ho sempre adorato comunque, ho preferito leggere la sua seconda fatica, zero zero zero. A colpirmi più di tutto, al di là delle storie appunto, e della perfezione ritmica del susseguirsi incessante di crudeltà e terrore, è proprio lui, Roberto Saviano. Come un moderno Achab, Saviano ammette la sconfitta, si toglie il cappello, cede umanamente alla consapevolezza di un obbiettivo che non ha saputo raggiungere. Sa che non potrà sconfiggere la balena bianca, e tutto il male che lo attraversa, sa che non verrà compreso, sa che la verità che sta cercando non lenirà le sue ferite ma le farà bruciare ancora di più. Però continua, come una falena impazzita, attratta da una lampadina che non potrà mai inghiottire e spegnere per sempre. 
Le persone hanno bisogno di chiudere gli occhi di fronte al male e alla sofferenza. Sono chiuse dentro le loro case, al sicuro, come nella bellissima e struggente poesia di Primo Levi. Bisogna girare pagina, saltare da qualche guerra civile alle ricette di Alessandro Borghese. Bisogna vivere, vivere, una vita che esiste solo per chi è tranquillo, chi può permettersela, e quella bisogna guidarla senza guardarsi troppo in giro, senza farsi travolgere dalla disperazione. Ma Roberto Saviano non lo fa. Non torna al suo piatto caldo, alle sue uova al tegamino. Lui decide di lasciar perdere tutto e immergere corpo e ossa nel fango, conoscerlo il male, comprenderlo, masticarlo, vomitarlo. Fino a farsi odiare da tutti, fino a perdere qualsiasi cosa come la sua libertà. 

sabato 26 dicembre 2015

Gli angeli non hanno memoria. 20.000 download in sei mesi. Più di 300 download in un giorno.


Il più bel regalo di Natale ieri è stato vedere il balzo di download del mio piccolo romanzo. Non so cosa sia successo, probabilmente il kindle quest'anno sarà uno dei regali più venduti. Eppure, il giorno di Natale, Gli angeli non hanno memoria è stato scaricato da più di 300 persone in tutta Italia. Non ci potevo credere. Non immaginavo che dopo sei mesi ci fosse ancora così tanto interesse per questo libro. Pagine che nascondono il momento più brutto della mia vita. Ormai lo so che vivo per scrivere, e sarà sempre così. Infatti, anche se mi sono imposto di non scrivere nulla fino a fine dell'anno, ho già cominciato il terzo romanzo. E' così. Scrivere è una malattia, un insana follia. E' un modo per fare pace con i propri fantasmi. Scrivere è una consolazione. Un modo per dare un senso a qualcosa, la vita, che proprio a volte sembra non avercelo. Scrivere è trovare pace, tornare a casa, accendere un fuoco in una casa che sarà sempre il tuo rifugio.

lunedì 7 dicembre 2015

Alle radici del male. Lo straniero. Albert Camus e il più grande romanzo del novecento.


La letteratura è un'altra cosa. Me ne accorgo sempre quando leggo un libro fondamentale nella storia dell'umanità. Si avverte un sapore alla bocca dello stomaco, la volontà di sviscerare ogni frase, di mandarle alla mente, di non perdere nessuna immagine. 
Mea culpa, ma non avevo mai letto questo libro. Ne avevo sentito parlare tantissimo, sia dello scrittore che del libro. Ogni volta passavo in libreria e mi dicevo, poi lo compro, prima o poi lo leggo. 
Camus penetra nella testa di un uomo che non si fa molte domande, e privo di empatia. Oggi diremmo, forse, privo di neuroni specchio. Non prova molto dolore per la morte della madre, e per lui tutto è uguale, amare e non amare, esserti amico o non esserlo, rimanere in casa ad osservare la vita da un terrazzo oppure viverla in prima persona. 
C'è solo un elemento che scardina le certezze del protagonista, che lo scuote, che lo disturba, che lo confonde. Sembra una cosa da nulla, ma non lo è. Perchè è sintomo di qualcosa d'altro, di più profondo, l'essenza di un'umanità che per quanto uno si sforzi di sopprimere viene alla luce prepotentemente in ognuno di noi. 
E' il caldo a mordergli la pelle, a farlo muovere, è il caldo asfissiante a fargli desiderare di tornarsene a casa durante il funerale di sua madre. La stessa insopportabile canicola, per assurdo, sarà alla base della decisione che distruggerà la sua vita: uccidere un uomo. Non è un caso che di fronte alla legge usi la temperatura troppo alta per giustificare un atto così tremendo. Camus ci fa entrare nel suo cervello e il caldo che avvertiamo non è solo un caldo fisico, quello che può segnalare un semplice termometro. Il protagonista del romanzo soffoca perchè non sa amare, non conosce questo sentimento, e per quanto tutto in lui sembri uguale, l'incapacità di vivere le emozioni che le persone gli mostrano, lo fa sentire uno straniero, un esule dal genere umano. 
Non si può accettare una vita preoccupandosi solo di se stessi, perchè la nostra umanità rigurgita dentro di noi, le cose si spezzano, e il male attecchisce. Camus taglia le frasi come un Michelangelo della parola, ci spiazza, ci distabilizza. Ma nonostante tutto ci fa comprendere come sia troppo semplice sempre lanciare giudizi, e questo romanzo forse è il più grande canto mai alzato dall'uomo contro la terribile soluzione della pena di morte.

lunedì 16 novembre 2015

Una piccola prova dell'esistenza di Dio. L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello. Oliver Sacks.


Questo è uno di quei libri che so mi rimarrà impresso per sempre. Come una moderna metarmofosi di Ovidio Oliver Sacks trattteggia i suoi pazienti come piccole parabole di diversità umana, tutte accumunate, comunque, dalla medesima tensione che porta ognuna di essere a volersi dichiarare un corpo, un'anima, un solo spirito.
Sono persone con assenze, mancanze, incapacità, traumi, e problematiche di ogni tipo.
Persone che non sanno parlare, non sanno muoversi, non sanno sentire, non sanno comprendere e nemmeno comunicare. A volte si tratta di eccessi, a volte di mancanze, a volte ancora di deficienze. 
L'uomo perduto nel suo passato che crede ancora di essere un marinaio della marina militare uscito dalla guerra mondiale, un uomo che non parla ma che disegna con un tratto magico, una donna rinchiusa nella testa di una bambina, ma che si rivolge al mondo usando la forza della poesia. 
Il marinaio perduto ritrova se stesso nella religione, nella preghiera... l'uomo epilettico trova la pace nell'arte ... la donna bambina diventa adulta nella poesia. 
Eccola la piccola prova dell'esistenza di Dio, o forse, per meglio di dire, della spiritualità diffusa nell'essere uomo: è l'arte, la religione, il teatro, la poesia. Nessuno è veramente perduto, perchè dentro di noi vive l'anima, qualcosa di più forte delle spiegazioni, più invincibile del riduzionismo scientifico. Una libellula leggera e indistruttibile, le cui ali sprigionano la luce primigenia dell'uomo, che con tutte le sue nefandezze ha dentro di sè, nel suo tratto, nella sua orma, nei suoi confini, l'innocenza di una bellezza che non possiamo cancellare da noi stessi. 

domenica 25 ottobre 2015

Anna. Niccolò Ammaniti sei sempre un grande.


Da sempre amo Ammaniti e la sua poetica. Per me rimane il più grande scrittore italiano. 
Quando ho iniziato Anna, una certa delusione aveva cominciato a stamparsi nel cuore. Ma era solo l'inizio. 
Ammaniti chiede un salto al lettore, uno sforzo. E' impossibile riconoscere il suo stile: una stuttura rapida e incalzante, verbi di moto, dialoghi serrati. Niente di tutto questo. Anna stravolge il linguaggio Ammanitiano per entrare in una dimensione nuova, un linguaggio visivo complesso, fatto di descrizioni apocalittiche, dove la natura invade lo spazio lasciato a se stesso dai grandi. In opposizione al mito della velocità l'autore inverte il passo della modernità e costruisce qualcosa di nuovo e sorprendente. Ci spiazza, perchè il mondo, popolato di bambini, senza madri e senza padri, diventa cupo, difficile, pronto a sbranare. La lezione Dostoevskiana (anche se l'uomo vivesse in un solo irst di spazio l'istinto di sopravvivenza sarebbe troppo forte per fargli decidere la morte) vive in ognuna di queste pagine. La vita non ci appartiene, ci attraversa. Noi, funzionari della specie, quale che sia la nostra forma con cui popoliamo il mondo: bambini o grandi, forti o deboli, sani o malati, predestinati o segnati, noi siamo pronti a tutto pur di mangiarci l'oggi e tuffarci nel domani. Perchè la speranza del domani è troppo forte, troppo grande la seduzione che si nasconde in ognuna delle albe che ci aspettano. 
In questo viaggio i due protagonisti: Anna e suo fratello vivranno tutti i sentimeni che i grandi devono scoprire crescendo: il dolore, la morte di una persona cara, la malattia, la fame, la povertà, il senso di vuoto, la solitudine, e l'incomprensibile contraddizione di questo disegno che è la vita. 
Da leggere come sempre. Grande Ammaniti.

sabato 10 ottobre 2015

Il potere del cane. Don Winslow

E' davvero moltissimo che non aggiorno. Dopo aver finito il mio libro ho preso una pausa lunghissima dalla scrittura. E' proprio come se non sentissi più quasi l'esigenza di scrivere. Una sensazione di non saper più cosa dire, cosa fare, di cosa parlare. 
Un vuoto che uno fa fatica a spiegarsi. Forse la fatica, il disincanto, il fondo del barile... 
non lo so alle volte è difficile trovare delle motivazioni. 
Però la cosa bella è che la gente sta continuando a scaricarlo, le persone mi scrivono, e gli angeli non hanno memoria viaggia verso gli 8.000 download.
Un altro motivo della mia assenza dal blog è dovuta alla lettura molto impegnativa di questo libro: il potere del cane. Quando leggi questi libri la riconosci subito la penna del maestro, del fuoriclasse. Era molto che volevo leggere Don Winslow, soprattutto perchè in un certo modo, si può dire che lui è un po' il padre di tante serie televisive di successo. Il genere "noir dei narcotrafficanti" affonda saldamente le sue radici nella scrittura di questo autore magistrale. Nella sua penna non c'è un solo stile: c'è quello rapido e svelto, fatto di periodi brevi, espressioni gergali, personaggi macchiettistici... ma c'è anche lo stile complesso, macchinoso e prolisso per spiegare macchinazioni politiche, per descrivire ambienti complessi .... e poi c'è l'introspezione psicologica, le parole che scavano il dilemma umano tra bene e male. 
E' proprio lì la radice da scovare. La narrativa oggi più che mai vive della confusione tra bene e male. Nella pagine di Don Winslow il bene e il male si confondono, si annodano. Nei due rivali: il detective Art Keller, e il narcotrafficante Adan Barrera, le due sfere macinano azioni e pensiere. Non esiste il bene assoluto e il male assoluto, ma il compromesso continuo, per fare il bene uno deve sporcarsi le male, e alle volte anche il male ha le sue regole, un codice da perseguire. Nella vita nasciamo con dei ruoli, e quelli si fa fatica a levarseli di dosso.